Johnny Guitar è il titolo di un western intellettuale e complesso, torbido e cupo come una tragedia greca, che mette in scena, con una vena di disperato romanticismo, la vicenda amorosa, piena di contrasti, tra la bella Vienna interpretata da Joan Crawford e Johnny Logan detto, appunto, Johnny Guitar interpretato da Sterling Hayden. Il film, firmato dal grande Nicholas Ray, rappresenta una esaltazione barocca e fiammeggiante dell’amore tra “due vinti, - scrive Laurcelles - che credono nei propri sentimenti e che, resi più forti dalle sofferenze e dalle dure prove, vi cercano una ragione d’essere e di vivere”.

Jean-Luc Godard disse che erano le sue stesse imperfezioni a fare di Johnny Guitar il film più bello del mondo. Jacques Rivette si concentrò sull’ossessione di Ray per il tramonto, sulla sua visione della solitudine e della difficoltà di adattamento in un vortice di violenza. Per François Truffaut Johnny Guitar era un sogno dell’Ovest, una fiaba resa più intensa dagli effetti stranianti del Trucolor.

La pellicola, oltre che dal talento registico di Ray e dal notevolissimo lavoro sul colore della fotografia, è resa indimenticabile anche dalmotivo conduttore omonimo, scritto da Victor Young e Peggy Lee e interpretato dalla stessa Peggy Lee.

Il brano e la versione di Giuni Russo

Il brano, strutturato sulla melodica di una tipica ballata folk in stile western, canta con struggente, malinconico abbondono l’amore di una donna per il suo Johnny, l’atipico cowboy che ha tolto il cinturone e le pistole e va in giro con la chitarra. “Play the guitar, play itagain, my Johnny” esorta accorata la donna nella prima strofa della canzone, invitando il suo amore a suonare ancora la chitarra per lei. L’invito si unisce alla rivendicazione di un amore che non conosce tentennamenti e si dichiara certo e incrollabile. Che lui sia freddo e distaccato o che si mostri caldo ed appassionato, che resti o manifesti l'intenzione di andarsene, lei lo amerà per sempre, sarà pazza per l'unico uomo che abbia mai amato veramente: colui che chiamano Johnny Guitar.

La canzone ha avuto, sin dall’inizio, un grande successo e ha conosciuto molte reinterpretazioni e rifacimenti ad opera di singoli e gruppi. Si ricordano le versioni strumentali a ritmo di beguine dei The Shadows e The Spotnicks fino ad arrivare ad una traduzione finlandese con il titolo Surujen kitara realizzata dai Topi Sarsakoski and Agents.

Anche da noi la canzone è stata variamente ripresa e reinterpreta a cominciare dalla cover italiana di Carla Boni incisa nel 1954 per l’etichetta DeccaRecords. Si ricorda anche un arrangiamento strumentale della mitica tromba di Ninì Rosso e l’interpretazione del 1967 di Mina inclusa nell’album PDU Dedicato a mio padre.

Sicuramente una delle versioni di maggiore grazia e limpidezza interpretativa è quella di Giuni Russo. Qui è possibile recuperare un live tratto da una trasmissione televisiva del maggio 1996, in cui la grande vocalist siciliana canta questa splendida canzone. Giuni Russo, una delle interpreti tecnicamente più dotate e colte della canzone italiana, dà qui una prova magistrale di classe, stile e capacità vocale. La tecnica padroneggiata con naturalezza, da brividi l’estensione di voce che raggiunge con semplicità i registri acuti esovracuti, viene messa al totale servizio dell’interpretazione per dare spessore e verità ad un classico che sembra rivivere in tutta la sua intensa, toccante bellezza.

La sua voce potente e melodica ci accompagna modulando le parole del testo in un virtuosistico crescendo che ammalia, commuove e trafigge.

Riascoltare questo piccolo gioiello della musica leggera, dunque, può essere anche occasione per riscoprire tutta la forza e il dirompente talento di questa interprete senza eguali della musica italiana capace di essere elegante e ricercata, colta e leggera al tempo stesso, outsider di lusso o fenomeno-pop all'occorrenza,in possesso di una tecnica cristallina e di una sensibilità interpretativa unica, una artista vera ancora troppo poco ricordata e compresa nel suo valore.

A questo proposito, rimanendo in tema di recuperi, si potrebbe riascoltare Energie, il suo album più celebrato e osannato da critica e pubblico, summa di una rara comunione di intenti e di un progetto visionario a trecentosessanta gradi, in cui ritrovare tutto quello che avrebbe potuto essere questa splendida musicista se non avesse incontrato un’industria discografica ottusa e un paese distratto e senza memoria.

 

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