Lucio Battisti a venti anni dalla morte

Era il 9 settembre 1998 quando Lucio Battisti si spense, all'età di 55 anni, stroncato da una grave malattia. Sono passati già venti anni dalla prematura scomparsa di uno degli artisti più innovativi della canzone italiana ma il suo lascito sulla cultura popolare è quanto mai vivo e vitale.

Compositore e interprete aprì la musica pop nostrana a inedite contaminazioni con il rock, la black music, la disco, fino alla musica latina e l'elettronica.

Alla sua morte ilNew York Timespubblicò un breve profilo su di lui scrivendo: "il più famoso cantante pop italiano, paragonato a volte a Bob Dylan,non per il contenuto politico delle sue canzoni ma per aver definito un'era".

Proprio la sua capacità di dare voce ai sentimenti e alle emozioni di intere generazioni a partire dalla fine degli anni 60, ne hanno fatto l’autore più cantato e conosciuto del nostro panorama musicale. Come ogni vero artista, la sua vena espressiva appare irriducibile e, per certi aspetti, enigmatica come poche. Popolare e accessibile fu anche ermetico e sfuggente. Alla grande popolarità oppose una volontà di negazione e sottrazione ai riflettori e alle logiche dello spettacolo, che lo avvicina ad una grande tradizione, come giustamente scrive Castaldo, «che fa capo addirittura ai Beatles che già nel 1966 sparirono dalle scene perché disturbati dall’isteria di massa che esplodeva dal vivo, e a Glen Glould per il quale alla fine il pubblico era solo un’interferenza che lo allontanava dalla perfezione».

Battisti era un musicista e il suo unico interesse era scrivere musica e comunicare con la sua arte. Significativamente nella sua ultima intervista dichiarò: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l'immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L'artista non esiste. Esiste la sua arte».

Un’arte musicale, la sua, che ha trovato una prodigiosa corrispondenza alchemica con i testi di Mogol, dando vita a uno straordinario e irripetibile sodalizio artistico che durò dal 1966 circa, con un primo singolo che si intitolavaDolce di giornofino all’epilogo diUna giornata uggiosa, pubblicato nel 1980. Quindici anni di successi e sapiente costruzione di un vero pop tutto italiano con album davvero memorabili come Emozioni, Amore non amore, Umanamente uomo: il sogno, Il mio canto libero.

Un’esperienza unica fatta di sperimentazione e innovativa combinazione di musica e parole, che ha trovato in Battisti anche un interprete originale e fuori dagli schemi, capace di creare metriche personalissime per rendere i testi sempre più irregolari e complicati, che Mogol scriveva di getto, subito dopo aver ascoltato le melodie partorite dalla sua capacità creativa.

Un esempio su tutti di questo sperimentalismo è Dio mio no, citato efficacemente sempre da Castaldo, che scrive: «è come una improvvisazione fissata su vinile, sette minuti e mezzo in cui canta, parla, implora, chiede il solo di organo aDario BaldanBemboe a un certo punto dice “batto quattro e finiamo”, come fosse uno di quei concerti per cui gli appassionati si sarebbero venduti l’anima, ma che erano possibili solo nella simulazione dello studio di registrazione».

Finita la collaborazione con Mogol e dopo la parentesi rappresentata dall’album E già(1982) i cui testi furono scritti dalla moglie Grazia Letizia Veronese, Battisti intraprese l’ultima, coraggiosa avventura artistica accanto a Pasquale Panella, che segna anche una sua totale, definitiva inversione stilistica.

A partire da Don Giovanni, Battisti non è più il cantante dei bozzetti di vita, del racconto dell’esperienza dei sentimenti in cui trovare immediata identificazione e facilità di condivisione, ma diventa un criptico ed enigmatico messaggero, che si sottrae in maniera risoluta ad ogni immediatezza. Una scelta che sembra portare agli esiti estremi quella ricerca di purezza che fu sempre una delle massime aspirazioni della sua arte. Un’arte che, grazie all’autenticità della sua ispirazione, è capace di parlare ancora e generare bellezza e emozione.

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