syd barrett pink floyd

Diceva Alda Merini: “Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio”, una frase in cui si può racchiudere anche la parabola umana e artistica di Syd Barrett, una dei miti più enigmatici e sfuggenti della storia del rock. Una parabola descritta in maniera esemplare dall’inusuale e complesso romanzo di Michele Mari Rosso Floyd. Un oratorio laico articolato in 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni di cui 11 oltremondane, 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione.

È davvero significativo che in questo coro di voci e figure che ruotano attorno alla straordinaria storia di uno dei gruppi più rappresentativi e decisivi dei fervidi anni 70, l’unico a non prendere mai la parola sia proprio Syd, colui che riamane il sole oscuro, centro di gravità attorno cui ruota tutta la vicenda creativa della band.

Perso nei suoi paradisi artificiali il genio precocemente appassito di Barrett abbandona i Pink Floyd già nel gennaio del 1969, dopo aver scritto tutti i testi del primo album della band “The Piper at the Gates of Dawn”. In questo primo lavoro Syd riuscirà a imprimere quell’impronta psichedelica che sarà il marchio distintivo di tutta la successiva carriera dei Pink Floyd. Dopo aver pubblicato i due album da solista “The Madcap Laughus” e “Barrett” con l’aiuto di Gilmur, Waters e Wright, Syd lascerà definitivamente Londra per tornare a Cambridge a casa della madre, ritirandosi a vivere nello scantinato dove resterà fino alla morte nel luglio del 2006.

Questo breve passaggio della cometa Barrett nell’universo creativo del gruppo musicale britannico e la sua costante presenza nutrita di sgomenta e ingombrante assenza, è il nucleo narrativo del romanzo di Mari. Inscenando una vera e proprio istruttoria narrativa lo scrittore realizza un sapiente e virtuosistico montaggio letterario in cui dati biografici e vicende reali, personaggi e voci inventati si intrecciano senza soluzione di continuità delineando una Floyd story semi-vera che attraverso la lente della finzione letteraria mette in evidenza la verità umana e artistica del gruppo.

In questo tribunale letterario vengono chiamati a testimoniare le anime mostruose di Pink Anderson e Floyd Council, i bluesmen americani che commentano dall’aldilà la scelta di un nome, anche questa opera del musicista di Cambridge, destinato ad unirli per sempre. Ma anche Alistair Grahame, figlio cieco e strabico di Kenneth Grahame autore del libro per bambini, The Wind in the Willows, vera fonte di ispirazione di Syd per la stesura di “The Piper at the Gates of Dawn”.

Parlano i manager, gli ingegneri del suono e i tecnici degli effetti speciali che sempre più costellano i fantasmagorici concerti. C’è anche la voce di Stanley Kubrick che irato recrimina la mancata concessione delle musiche dei Pink per 2001 Odissea nello spazio e Arancia meccanica. Musiche che invece vennero concesse a Michelangelo Antonioni per Zabriskie Point (indimenticabile la sequenza finale della grande deflagrazione della villa nel deserto, superbamente accompagnata da un rifacimento della già edita “Careful with That Axe Eugene” reintitolata per l'occasione “Come In #51, Your Time Is Up”).

Ci sono, poi, le voci di amici, parenti, dei fan irriducibili e quelle degli ossessivi cercatori di interpretazioni esoteriche e misteriose che nella storia della band britannica hanno trovato terreno fertile.

Perché i Pink Floyd prima ancora di un gruppo rock sono soprattutto mito moderno. Da questa consapevolezza parte Mari utilizzando questo mito per dare una efficace rappresentazione del travaglio di ogni processo creativo sostanziato dal perenne scontro tra estro e perfezionismo, tra visionarietà e applicazione nel lavoro quotidiano.

Per quanto il testo non sia dichiaratamente un’opera documentaria costruisce un appassionante mosaico di voci e storie che ha il duplice pregio di far rivivere in maniera efficace e vivida la complessa vicenda dei Pink Floyd per chi ne abbia già contezza da un lato e dall’altro di aiutare, chi ne fosse all’oscuro, a scoprirla nei suoi accenti più malinconici e drammatici.

Lontano dal freddo dato biografico il resoconto di Mari si tinge, così, dei toni onirici del sogno per restituirci tutti gli accenti di una storia di travagliata e umanissima grandezza.

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