The soul of a man o l’anima del blues

The soul of a man di Wim Wenders è documentario sui generis che inaugura un progetto di sette film prodotti da Martin Scorsese, in cui altrettanti registi innamorati della “musica del diavolo” hanno lavorato sui loro miti. Nel caso di Wenders la scelta ricade sul commovente ritratto di tre grandi bluesman dalle vite complicate e marginali: Blind Willie Johnson, Skip James e J. B. Lenoir.

Il lavoro di Wenders fonde in maniera originale rare immagini d’epoca,  brani puramente documentaristici e suggestive ricostruzioni. La narrazione delle tre vite si fonde dando luogo ad una partitura blues eccezionale e coinvolgente con brani originali e performance-omaggi di musicisti contemporanei  blues, jazz e rock come T-Bone Burnett, Lucinda Williams, Cassandra Wilson, Nick Cave, Los Lobos, Lou Reed, Vernon Reid, Garland Jeffreys per citarne solo alcuni.

Il film si apre con una voce fuoricampo che ci proietta nello spazio, a bordo del Voyager che portò in cielo una selezione della cultura terrestre, una sorta di messaggio nella bottiglia destinato ad un eventuale incontro con altre forme di vita presente nell’universo. La voce e il canto malinconico di Blind Willie Johnson risuona nello spazio interstellare quasi  a cercare un pubblico più numeroso di quello conosciuto in vita. Il cantante, che con soli trenta brani in repertorio non ha smesso di influenzare i musicisti moderni, si esibiva con la chitarra davanti agli stores ringraziando con il suo canto chi gli buttava una moneta nel barattolo. The soul of a man, che dà il titolo al documentario, è sua e diventerà un classico come Dark Was the Night, Cold Was the Ground.

Il ragazzo accecato dall’acido gettatogli in faccia dalla madre resa folle dalle violenze del padre, diventa la voce narrante che accompagna lo spettatore tra i meandri di una vita in cui il sound del terzo millennio nasce come fiore sull’asfalto tra miseria, violenza, rapacità dei discografici e squadroni del Ku Klux Klan.

La macchina del tempo allestita da Wenders, che utilizza ad esempio la dissolvenza con la mascherina circolare tipica del cinema muto,  interferisce con il piano documentario riportandoci al giugno del  1902 a Betonia nel Mississippi al momento della nascita di Skip James, colui il quale prima di Elvis conquistò Menphis. Skip suona in giro per le feste e in chiesa fino a quando abbondona la chitarra anche a causa delle Grande Depressione e diviene pastore battista nel  1932. Le sue incisioni per la Paramount Record (tra cui Devil got my woman) non furono mai pagate e venivano trasmesse gratis dalle radio. La Paramount fece bancarotta e il cantante fu quasi dimenticato, fino a quando John Fatey lo ritrovò, ormai malato di cancro, in un ospedale. Grazie al suo interessamento poté esibirsi al Newport Folk Festival insieme a Mississippi John Hurt. Morì nell’ottobre del 69, due anni dopo la morte del terzo e più eccentrico protagonista del documentario J. B. Lenoir.

Nato a Ponticello, Mississippi, quest’ultimo, viene ricordato soprattutto per Mama talk to your daughter, e per le sue battaglie a colpi di  Vietnam Blues contro la guerra.

Immagini di esplosioni, carri armati e soldati, nel finale del film ci riportano ad oggi per informarci che J. B. Lenoir morì il 29 aprile del 1967 in seguito  a cure sommarie ricevute dopo un incidente stradale. La sua voce continua a risuonare sui titoli di coda del bellissimo The soul of man, appassionato e riuscito tentativo di restituire bellezza e memoria a tre esperienze artistiche che continuano a nutrire e a ispirare la musica di oggi.

Altri articoli della stessa categoria