Eric Clapton: Life in 12 Bars

Eric Clapton: Life in 12 Bars è un documentario di Lili Fini Zanuck che racconta in 135 minuti intensi e vibranti l’uomo e il musicista dal talento smisurato e dalla leggendaria carriera. Il documentario copre tutto l’arco biografico di Clapton dalla nascita ai nostri giorni lasciando la parola ai racconti personali del geniale chitarrista, tanto che il lavoro sembra comporsi come un’autobiografia che raccoglie immagini, suoni e documenti vari, un album dei ricordi di una vita insolita eppure quasi comune.

Eric trascorre un’infanzia serena fino a quando, a nove anni, non scopre che quella che pensava fosse sua madre, Rose Clapton, in realtà è sua nonna, l’uomo che chiama papà, Jack Clapp, è il secondo marito di Rose e la sorella maggiore che non ha mai visto e di cui ogni tanto sente parlare di nascosto in famiglia, Patricia Molly, è sua madre. Patria lo ha avuto a 16 anni da un soldato canadese partito subito per la guerra e poi rientrato in Canada (dove è già sposato), e lo ha abbandonato.

Da quel momento solitudine e desiderio di amore e riconoscimento appaiono come la costante della vita del chitarrista e accompagnano anche lo svolgersi della sua straordinaria carriera, perché, poi, quel rifiuto iniziale lo porta inevitabilmente a cercare nel blues identificazione e protezione. «Sulle copertine dei primi dischi blues che ho visto nella mia vita c’era sempre un uomo con la sua chitarra, solo contro il mondo» racconta Clapton «Senza neanche rendermene conto, quella musica mi ha portato via tutto il dolore».

Clapton comincia a soli 17 anni a suonare nei The Rooster, dopo soli otto mesi è già negli Yardbirds e li porta al successo in Inghilterra. Dopo la hit For Your Love se ne va perché gli altri si sono fatti crescere i capelli alla Beatles e nel 1965 viene chiamato da John Mayall nella più importante blues band inglese, i Bluesbreakers.

Successivamente continua a cambiare formazioni musicali, suona con i Cream, i Blind Faith e Delaney &Bonnie and Friends, prima di esordire nel 1970 con il suo primo album solista.

La seconda parte del documentario inizia con il racconto della travagliata storia d’amore con Pattie Boyd, la moglie del suo amico George Harrison. Inseguito dai suoi fantasmi fatti di droga e sensi di colpa, farà di lei la musa ispiratrice dell’album Layla registrato con lo pseudonimo di Derek & the Dominos a Miami e reso epocale dall’incontro con un altro dei grandi chitarristi della storia, Duane Allman. Inizia, così, una delle fasi più buie della sua vita caratterizzata prima dal rifiuto di Pattie e poi dal dolore per la scomparsa dell’amico Jimi Hendrix.

Per quattro anni Eric si nega al mondo rinchiudendosi nella sua villa di Hurtwood perso in un vortice di cocaina, eroina e alcool. Le immagini di repertorio del periodo sono di perturbante eloquenza con i suoi deliri etilici sul palco e accompagnate dal racconto di crudo e dolente realismo della sua dipendenza.

Nel ‘91 un’altra profonda ferita si aggiunge alla travagliata biografia di Clapton, la perdita del figlio Conor. Il racconto di quella perdita è tra i momenti più intensi e strazianti del documentario. Ancora una volta, è la musica e la sua chitarra a soccorrerlo. Dice Eric: «Ho preso una chitarra acustica e ho cominciato a suonare per giorni per non confrontarmi con la realtà. La musica è tornata a salvarmi come ha fatto quando avevo 9 anni».

Nascono l’intensa ballata dedicata al figlio Tears in Heaven , il concerto Unplugged, la rinascita artistica del 1992 e la forza di continuare a vivere e a suonare: «Per onorare mio figlio».

Il finale riconcilia catarticamente Eric con l’oscurità e la sofferenza della sua vita per una ritrovata serenità all’interno dei suoi affetti più stretti come la sua prima figlia Ruth (nata nel 1985), la moglie Melia e le tre figlie adolescenti July, Sophie ed Ella. Eric fonda anche ad Antigua il Crossroad Centre per il recupero di alcolisti e tossicodipendenti.

A 72 anni, dopo aver annunciato più volte il ritiro per gravi motivi di salute, Clapton tornerà sul palco ad Hyde Park il prossimo luglio insieme a Steve Winwood, Santana e Gary Clark, Jr per un concerto che si annuncia memorabile. Il senso della sua vita e della sua arte è riassunto dalla sue stesse parole, nelle battute finali del documentario quando afferma: «La vita che ho fatto, compresi tutti gli errori che ho commesso, mi hanno portato fino a qui. Tutto quello che ho raggiunto nella mia carriera è solo polvere. Arriverà un giorno in cui nessuno al mondo avrà la minima idea di chi sono e di cosa ho fatto. Ma la cosa non mi disturba. La musica non mi ha mai tradito».

Per tutti gli estimatori del leggendario “Slow Hands”, questo documentario appare come una preziosa e ricca testimonianza per approcciare l’uomo e il suo vissuto, mentre per quanto attiene la sua musica è stata annunciata l’uscita il prossimo 8 giugno dell’imperdibile soundtrack. Non una banale colonna sonora ma un ricca raccolta con preziosi brani inediti come la versione di oltre 17 minuti di Spoonful registrata dai Cream nel Goodbye Tour del 1968un brano di Derek & The Dominos, registrato nell’aprile 1971 per il secondo album del gruppo e mai pubblicato. Sempre di Derek & The Dominos una versione dal vivo di Little Wing al Fillmore del 1970. E ancora, la versione completa in studio di 6.50 minuti di I Shot The Sheriff il pezzo di Bob Marley apparso in origine su 461 Ocean Boulevard nel 1974; dello stesso anno anche una versione di Little Queenie di Chuck Berry, da un concerto a Long Beach di luglio. Inoltre due versioni alternative, con diverso mixaggio, di After Midnight e Let It Rain.

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