Alcune notazioni sul sistema tonale

Il sistema tonale, che si afferma in maniera strutturata a partire dal XVII secolo, rappresenta, stabilendo un parallelo tra musica e lingua, il vocabolario, la grammatica e la sintassi dell’armonia. L’universale affermazione di questo sistema di organizzazione dei suoni, che occorre sottolineare non è l’unico, ha una sua corrispondenza alla nostra naturale ricezione musicale?

 

Possiamo provare a sederci ad una tastiera di pianoforte e suonare la stessa nota in due ottave diverse, ad esempio a distanza di due ottave. Un esercizio semplicissimo che può fare chiunque sia in grado di individuare un DO su una tastiera.

Sentiremo un suono “armonico”, gradevole al nostro udito. Provando invece a suonare insieme due note diverse, a caso, sentiremo con ogni probabilità un suono non armonico, disturbante, ad esempio suonando un MI e un DO.

Quello che si ottiene schiacciando assieme i tasti è infatti, come si descriveva prima, la emissione di un’onda sonora, composta da un suono primario e da una serie di suoni secondari, “armoniche” di minore intensità (a più basso volume), onde sonore in relazione tra loro secondo le leggi della fisica. La nota a frequenza più bassa di una ottava o due è "sincronizzata" con la prima e quindi naturalmente armonica. Suonando note diverse avremo invece onde sonore non sincronizzate, che possono anche annullarsi tra loro in alcuni istanti, con un effetto che può risultare gradevole o meno a seconda delle possibili combinazioni. Combinazioni che però sono fondamentali per dare varietà alla musica.

“Gradevole”, naturalmente, nel nostro sistema culturale. In altri sistemi potrebbe essere l’opposto, come avviene per esempio in cucina per certi sapori amati da alcuni popoli ma poco accetti ad altri (come il wasabi giapponese o il rafano dei tedeschi).

Il sistema tonale, messo a punto in modo strutturato nel ‘600 - ‘700 e diffuso universalmente nei secoli successivi, si propone appunto di codificare i suoni armonici, è il vocabolario, la grammatica e la sintassi della nostra lingua musicale.

 

Un parallelo

Un sistema che esclude a priori i suoni non ammessi perché non "armonici". Sempre mettendosi alla tastiera di un pianoforte possiamo facilmente notare che chiunque può emettere suoni, che solo per motivi culturali non consideriamo “musica”. Proprio come un quadro. Un paesaggio ad olio, bello o brutto, è sicuramente un “dipinto”. Segni e scarabocchi a caso, o ampie zone di colore uguale, teoricamente potrebbe farli chiunque, eppure soltanto Pollock o Rochtko o Mondrian sono riusciti a fare quadri con questi elementi di base che tutto il mondo, per motivi misteriosi, trova affascinanti e fa la fila per vedere (e che raggiungono le più alte quotazioni). Evidentemente, hanno elaborato una nuova lingua, che molti comprendono.

Nella musica il sistema tonale è come l’arte figurativa in pittura, il linguaggio universale di base che tutti comprendono naturalmente. Non racchiude e non può racchiudere in sé tutte le musiche possibili, ma è necessario conoscerlo, anche per negarlo o andare oltre. Come la pittura figurativa nel caso dei grandi pittori astratti.

 

I suoni armonici sono naturali?

La musica però è un linguaggio astratto, il messaggio che ci manda è solo parzialmente codificabile, e tocca elementi della nostra sensibilità che sono rimasti comuni ai popoli anche dopo che ci siamo dispersi sui cinque continenti. E’ probabile quindi, come sostengono alcuni, che tutta una serie di suoni “armonici” lo siano per tutto il genere umano. Interiorizzati da ciascuno di noi già con le filastrocche e le ninne nanne per addormentarci che, inconsapevoli, ascoltavamo da bambini dalla mamma e dal papà. E quindi è possibile che il sistema tonale si è imposto progressivamente nel mondo anche perché in qualche modo è “naturale”. Ma, come si sarà capito, ciò non significa che sia “unico” e "definitivo".

Resta da completare il parallelo con le lingue. Valido solo parzialmente per la musica. Usando il nostro alfabeto latino possiamo scrivere testi in qualsiasi lingua. Testi per noi italiani incomprensibili, ma per un finlandese perfettamente chiari, per esempio, grazie alle infinite combinazioni (virtualmente) dei 27 o più segni. La esemplificazione perfetta di questa potenzialità dell’alfabeto dei segni esiste ed è contenuta nel capolavoro di Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele.

 

 

 

 

 

 

 

Fonte articolo: Musica & Memoria

 

 

 

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